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Conosci il Femvertising?

Se non hai mai sentito questa parola non preoccuparti, in realtà nemmeno esiste.  Di conseguenza non c’è una parola che traduca questa perché è inventata: nasce dall’unione di feminism e advertising, femminismo e pubblicità. Possiamo azzardare a tradurla con:

  • Pubblicità femminista: la traduzione più letterale, che indica campagne create per promuovere l’emancipazione femminile;
  • Marketing dell’empowerment femminile: un’espressione più tecnica che sottolinea l’obiettivo di “dare potere” e forza alle donne attraverso il messaggio del brand;
  • Comunicazione orientata alla parità di genere: una definizione più istituzionale.

A questo punto inizia forse a essere chiaro il concetto, finalmente molte aziende si sono rese conto che le pubblicità sessiste non rendono più e che i consumatori hanno iniziato ad associare all’azienda i valori che diffonde attraverso le pubblicità che sceglie. Piano piano, ancora pianissimo direi in verità, i consumatori allargano lo sguardo.
E scelgono.
E selezionano.
Lo fanno in base alle merci, alla qualità, al prezzo. all’etica, all’attenzione l mondo. Perché le aziende sono strutture complesse, non sono solo ciò che vendono, ma come lo producono e come lo vendono.
Un po’ di prosciutto dagli occhi se lo stanno togliendo i consumatori. Anche grazie, paradossalmente, ad alcune aziende e ad alcuni venditori che parlano chiaro.
La pubblicità è meravigliosa, a è una forma d’arte. Ma può essere terrificante. Il femvertising può essere una via, ma attenzione al fem- washing!

Facciamo chiarezza

Il femvertising è una strategia di marketing che utilizza messaggi, immagini e video volti a:

  • Sfidare gli stereotipi di genere tradizionali (spesso presenti nelle pubblicità classiche);
  • Promuovere l’autostima e l’indipendenza delle donne e delle ragazze;
  • Rappresentare la diversità dei corpi, delle carriere e delle ambizioni femminili.

Quando il femvertising viene percepito come poco autentico o puramente opportunistico – fatto solo per vendere senza una reale etica aziendale a supporto – si parla di fem-washing. A volte è evidente, un trucco mal riuscito, ma in diversi casi sembra vero ma è una presa in giro e non è facile discernere https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-femwashing-e-la-strumentalizzazione-del-femminismo–2091428.html

Il passaggio al “Femvertising”

Negli ultimi anni i brand hanno capito che i consumatori (specialmente i Millennials e la Gen Z) premiano l’autenticità. Non amano le pubblicità patinate che mostrano un mondo perfetto, abitato da persone scolpite nel marmo, che vivono situazioni da sogno. C’è bisogno di identificarsi in situazioni reali. E si sa che la realtà è fatta anche di cose, situazioni, eventi, ambienti, non sempre meravigliosi.
Queste nuove generazioni hanno già i social su cui vedere un mondo finto e forse iniziano a patirlo e a portarne le conseguenze. Iniziano a cercare rappresentazioni della verità.
In primis le donne. Non ne possono più di facce sempre da quindicenni, corpi senza ddifetti, capelli sempre perfetti e via di questo passo. Non ne possono più di essere onsiderate e trattate alla stregua degli oggetti.
È così che è nato così il Femvertising, ossia una fusione delle parole feminism (femminismo) e advertising (pubblicità).

Si riferisce a una strategia di marketing che utilizza messaggi, immagini e valori legati all’emancipazione femminile per promuovere un brand o un prodotto.

Attenzione, leggi bene questa frase, che non sta parlando Madre Teresa, ma il marketing. Il fine è sempre lo stesso, ma più etico, più rispettoso, più dignitoso.
Invece di basarsi su stereotipi di genere obsoleti, il femvertising punta a ispirare le donne, sfidando i canoni estetici tradizionali e celebrando la forza, l’indipendenza e la diversità.

Cosa rappresenta?

  • Body Positivity: campagne che celebrano ogni tipo di corpo, eliminando il fotoritocco e includendo diverse etnie, età e disabilità (es. il celebre caso Dove);
  • Empowerment: messaggi volti a ispirare fiducia in se stesse, rompendo gli stereotipi legati alla fragilità o alla sottomissione;
  • Rottura dei ruoli di genere: pubblicità che mostrano donne in ambiti STEM (scienza, tecnologia, ingegneria) o in ruoli di leadership.

Allora abbiamo risolto il problema della rappresentazione della donna in pubblicità? Abiamo fatto un passo avanti, ma purtroppo no non abbiamo risolto. Perché in tutta risposta si è immediatamente sviluppato il Pinkwashing e l’uso degli stereotipi continua.
Nonostante i progressi, il cammino non è privo di ostacoli:

  • Pinkwashing: il rischio che un brand aderisca a cause femministe solo per marketing, senza una reale cultura aziendale inclusiva;
  • Il “carico mentale”: molte pubblicità continuano a dare per scontato che la gestione della casa e dei figli sia una responsabilità primaria femminile, anche quando la donna lavora;
  • Standard di bellezza: Sebbene ci sia più diversità, persiste una forte pressione sociale verso un’estetica curata e “giovane” a tutti i costi.

Il sessismo in pubblicità non è solo una questione di “buon gusto”, ma di diritti e rappresentazione. La prossima volta che guardi un cartellone, chiediti: “che storia mi sta vendendo davvero?

Link

https://www.marieclaire.it/attualita/news-appuntamenti/a38171271/pubblicita-sessista-vietata/
https://d.repubblica.it/magazine/2025/05/10/news/ecco_perche_la_pubblicita_e_ancora_sessista_e_a_pareggiare_non_basta_luomo_che_fa_la_lavatrice-424267390/
https://flaviaepsiche.it/2025/08/22/la-punta-dell-iceberg/
https://flaviaepsiche.it/2022/11/27/dovrebbe-suonare-un-campanello-d-allarme
https://flaviaepsiche.it/2023/09/09/mai-abbassare-la-guardia/